venerdì, agosto 11, 2017

Augusto Manzo



A CURA DI ALBERTO GALLETTI

Rileggendo alcune pagine del grande Beppe Fenoglio sono riandato ad alcuni viaggi, quasi tutti in vespa alla volta della Riviera, attraverso quelle ‘sue’ colline così presenti nella sua opera.

Ma la comparsa nel racconto del campione di balon, il famoso pallone elastico, Augusto Manzo, mi ha rimandato ben più indietro, a vacanze estive di trent’anni e passa fa, sempre al mare, sempre a Ponente. In particolare a lunghe pedalate pomeridiane da Andora lungo la strada di Testico, niente ombra, una bici, quasi sempre una graziella scassata che in caso di furto non avrebbe lasciato troppi rimpianti, perché ne fregavano parecchie e qualcuna ce la fregarono davvero.
Gambe mulinanti e al massimo duecento lire in tasca. Insieme ad altri due/tre coetanei, amici fissi di villeggiatura, in marcia verso lo Sferisterio di Stellanello per assistere ad una partita di pallone elastico.
Sole canicolare, strada in leggera salita, ombra neanche a parlarne e il riverbero della calura che sale dall’asfalto e ‘muove’ la strada e sembra scioglierla, niente acqua, sete e 4/5 chilometri di pedalata faticosissima.
Ma poi eccoci qua arrivati davanti allo sferisterio, appoggiamo le bici al muro, le incateniamo tra loro ed entriamo, prima cosa un ghiacciolo.
Ricordo che fu una bella rivelazione. Rimasi affascinato da quel gioco sconosciuto e che pure pareva così popolare in quel posto a me così familiare e del quale non sapevo niente. Mi piacque questo lo ricordo. Ci tornai qualche altra volta negli anni a seguire poi, dagli anni 90, più. Le regole le ho dimenticate.

Ma che il gioco fosse grosso, da quelle parti, quello si lo ricordo. E l’ho collegato a ritroso proprio ieri, mentre rileggevo quelle belle pagine in cui Fenoglio descrive l’arrivo in paese del grande Augusto Manzo, il più grande campione di pallone elastico mai esistito, per visionare un giocatore locale da inserire nella sua squadra. Lo riporto non essendo in grado di riassumerlo senza diminuirne l’efficacia e rovinarlo: «La notizia si sparse in un baleno. Gente che stava a lavorare sulla mezzacosta di Mombarcaro fischiò verso casa perché venissero a ritirare le bestie e scese come si trovava, nelle flanelle fradice di sudore e nei calzoni impastati di letame. Quelli del paese già si stringevano intorno al campione. Augusto Manzo, campione italiano di pallone elastico, era arrivato da Alba su un’auto di piazza per visionare Sergio».

Augusto Manzo nacque a Santo Stefano Belbo (CN), il 20 agosto del 1911, primo di quattro fratelli, tutti sportivi, tutti pallonisti. La famiglia aveva però per lui un disegno diverso, Augusto sarebbe stato un veterinario. Fu iscritto al Ginnasio di Alba e poi al liceo classico di Torino, dove continuò gli studi appassionandosi al greco e al latino.

Augusto però si era già appassionato a qualcos’altro.
A quel gioco così caratteristico ed unico dei suoi luoghi natii, il pallone elastico. Cominciò a giocare da bambino e già a dodici anni vinse il suo primo trofeo nella categoria ragazzi. La passione si mantenne, anche se negli anni della scuola superiore intraprese, con buoni risultati, altre discipline sportive quali l’atletica leggera. Il lancio manco a dirlo, vista la sua abiltà di pallonista, era il suo forte.
Arrivò ad eccellere nei campionati studenteschi al disco, peso e giavellotto.
Ma intanto continuava col balon, e già nel 1928 vinse il campionato italiano giovanile. Augusto Manzo era un battitore, il giocatore più importante della squadra, quello dal cui servizio e dalla prima ribattuta possono dipendere i risultati.
Le squadre, o quadrette, si compongono di quattro giocatori: battitore, spalla e due terzini. Ma il battitore è l’uomo squadra, il capitano, quello intorno al quale si coagulano le passioni delle folle di tifosi e sportivi, gli interessi degli impresari che sostenevano finanziariamente le squadre e degli allibratori che di fatto sostennero il gioco in quel fazzoletto di Nord-Ovest dai primi del novecento agli anni ‘50 quando la Federazione Italiana, dopo grandi grandi sforzi, riuscì ad affrancare il Campionato Italiano dalla morsa finanziaria delle scommesse.

Alto, fisico asciutto e ben proporzionato, Augusto non disdegnava nessuna disciplina e fu, in età giovanile anche buon calciatore, ruolo centromediano, con l’Albese, allora militante in Seconda Divisione (la Terza Serie dell’epoca). Le sue prodezze non passarono inosservate e nell’estate del 1929 la magna Juventus scomodò osservatori e dirigenti, scatenando su di lui una corte serrata nel tentativo di farlo ricredere e abbandonare l’amata disciplina a favore del più popolare e remunerativo calcio.
Tanti, probabilmente tutti, avrebbero ceduto alle lusinghe di ‘Madama’ che vantava una formazione da leggenda, i primi tre solo per dire, Combi, Rosetta, Caligaris….e poi Orsi ‘il violinista’ e il grande Renato Cesarini, che praticava il balon a sua volta, che parlò ad Augusto di persona. Ma non ci fu nulla da fare, il giovane Augusto rimase sulle proprie convinzioni, di giocare a calcio a Torino, per grandi folle sconosciute, non gli andava.
Meglio il pallone elastico che preferiva profondamente e nel quale probabilmente eccelleva in modo ben più assoluto, e costituiva un legame forte con la sua terra, le sue colline e quella sua gente presso le quali il pallone era così fortemente radicato.
La famiglia pure non se la diede per inteso e appoggiò la decisione di Augusto con l’obbiettivo ancora non riposto di condurlo alla laurea in veterinaria.

Una scelta coraggiosa si, forse ….. ma anche una scelta dettata dall’attaccamento alle proprie origini, ai propri luoghi, a quelle colline e alla sua gente, un tutt’uno col balon, di gran lunga il gioco più popolare a livello locale, la disciplina che ti assurge al ruolo di protagonista assoluto tra i tuoi conterranei.
Qualcosa di più di un semplice sport, ma l’espressione di una parte di quotidianità importante, profondamente radicata nei luoghi e in quella società contadina magari povera, forse arcaica, ma incredibilmente sanguigna nel manifestare le proprie passioni.
Il pallone elastico non faceva (e forse ancora non fa) eccezione, con quei suoi campi lunghi e stretti, solitamente in fregio a un lungo muro, sempre incastrati nei centri cittadini, come lo Sferisterio Mermet il leggendario Maracanà del balon di Alba, o di paese e dove tutti gli abitanti si riversavano per celebrare questo autentico rito da consumare con una passione accesissima, per un gioco in se semplice, ma praticato con ferocia e coraggio, e naturalmente destrezza. Un mondo lontano.
Ed è in questo mondo che Augusto cresce, forma la sua prima quadretta insieme ai fratelli, tutti pallonisti, comincia a vincere tornei e ad attirare su di se l’attenzione delle folle.

Il volere della famiglia lo porta a Torino per compiere gli studi al liceo classico, ma nei fine settimana si precipita nelle natie Langhe per giocare a balon, e come abbiamo visto anche a calcio.
Nel 1930, dopo il clamoroso no alla Juventus, il ragazzo ottiene il suo primo ingaggio da professionista, l’ Eda Torino si assicura le sue prestazioni, in cambio di due mucche rivelerà poi il grande scrittore piemontardo Giovanni Arpino, grande appassionato di balon.
Uno scambio simile a quello incluso nel contratto che portò in bianconero un giovanissimo Giampiero Boniperti che invece a Torino andò di corsa. Il suo primo campionato va alla grande e l’Eda perde la finale contro il forte Neive, ma Augusto dovette rinunciare alla partita causa strappo alla schiena.
Il campionato del 1931 non viene disputato, ma Augusto si laurea campione italiano l’anno dopo, sempre per l’ Eda Torino, e poi ancora nel 1933 e nel 1935, nel 1934 ad ogni modo finisce secondo.
La sua classe e statura di giocatore si è ormai imposta a livello assoluto, concentrazione massima, grande reattività e poi i suoi colpi, autentiche bordate sparate da quell’avambraccio d’acciaio a oltre 100km/h, unitamente ad uno stile e ad una condotta di gara impeccabile, sempre nel rispetto di regolamenti, avversari e ufficiali di gara gli valsero l’ammirazione e acclamazione incondizionate delle folle.

Nel 1936 la chiamata alle armi vede Augusto prima a Roma, tra i Granatieri di Sardegna, e poi a Livorno.
Qui si avvicinò al bracciale, variante del pallone elastico dell’Italia centrale. Non gli ci vuole molto per impratichirsi ed eccellere nella nuova disciplina e con i labronici si aggiudica i titoli nazionali del 1937 e 1942.
Nelle natie Langhe nel frattempo l’imminenza della guerra, che di li a poco travolgerà tutto e tutti, ha portato alla sospensione delle attività ufficiali e per Augusto nei rientri dalle licenze ci sarà spazio solo per disputare qualche amichevole con vecchi amici e compagni.

La guerra termina lasciandosi dietro di se sofferenze inenarrabili, paesi svuotati, bombardamenti,rastrellamenti, lutti, e miseria . Anche l’attività del pallone elastico ne soffre.
Il gioco riprende con grande fatica, a Torino e Genova parecchi impianti distrutti nei bombardamenti non vengono ricostruiti e l’attività nei grandi centri quasi scompare.
Resiste, frammentata in una miriade di tornei organizzati dagli impresari degli sferisteri rimasti in piedi, concentrandosi perlopiù tra Langhe e Ponente Ligure.
Nel ’47 riparte zoppicando anche il campionato, ma deve sgomitare per mettersi in luce come competizione principe tra tutti quei tornei che, grazie al vorticoso giro di scommesse che sta loro intorno, sono in grado di far stare in piedi la baracca.

Il professionismo d’anteguerra è solo un ricordo.
La sua classe è rimasta intatta nonostante l’inattività del periodo bellico e l’Alba gli offre un ingaggio che Augusto accetta.
Con la compagine albese si laurea campione d’Italia per cinque anni consecutivi, dal 1947 al 1951.

Al termine di questo trionfale quinquennio, una nuova stella comincia a farsi largo nel firmamento del balon, Franco Balestra, imperiese, di 13 anni più giovane. I due daranno luogo ad un dualismo, frutto di una grande rivalità sportiva e localista che segnerà il campionato italiano nei dieci anni successivi dando luogo ad epiche ed accesissime sfide che segneranno l’affermazione di Balestra e l’inesorabile declino di Manzo.
La successione al trono avviene nella mitica finale del 1955 allo sferisterio di via Napione a Torino dove, nonostante la concomitanza con il derby Torino-Juventus, oltre 6.000 spettatori assisterono alla vittoria della SAPET Torino, che aveva ingaggiato Balestra per ben mezzo milione di lire, e alla fine dell’epoca di Augusto Manzo.
La passione non abbandona comunque il vecchio campione che, nonostante non riesca più ad aggiudicarsi il campionato, continua a giocare e a riempire sferisteri acclamato da tutti, pubblico e avversari, regalando ancora prestazioni di gran classe. Chiuderà definitivamente nel 1963, a 52 anni suonati, una carriera che lo ha reso leggendario dopo aver disputato qualcosa come 3.500 partite di pallone elastico e circa 1.500 di bracciale e colto rispettivamente 8 e 2 titoli nazionali.

Nel settembre 1982 rimase gravemente ferito in un incidente stradale , morirà pochi giorni dopo all’ospedale di Alba.
Aveva 71 anni.

A mio modestissimo parere un gigante dello sport italiano.

Chiudo facendomi ancora una volta aiutare, questa volta da Arpino, che disse di lui

«Talmente forte da non aver bisogno di intrallazzare.
Talmente umano e nobile da diventare subito amico di tutti.
Atleticamente dotato come pochi […], è stato uno di quei rari esempi di campioni-simbolo che riassumono in se stessi, in ogni gesto e ogni atteggiamento, il succo più segreto dello sport praticato».


Probabilmente se ne avessi vissuto l’epopea e ammirato le gesta sarei d’accordo con lui.

5 commenti:

  1. È uno sport simile alla pelota basca?

    Charlie

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  2. Non credo. Qua non c'è la racchetta e davanti hai la squadra avversaria e non un muro

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  3. Nella pelota c'è una sorta di bracciale ricurva non una racchetta. Comunque si non credo si somigliano

    Charlie

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  4. Ho letto qualcosa, la Pelota hà quattro varianti delle quali una ha quell'attrezzo chiamato chistera. Un altra variante ha una spcie di racchetta detta xare. I puristi sostengono la versione a mani nude quindi simile al pallone elastico nel colpire la palla. Rimane la differenza, fondamentale che le due squadre non si fronteggiano ma sono schierate sullo stesso laro del campo e giocano contro il muro invece di rimandare la pallo nella metà campo avversaria.

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  5. A quanto pare però, l origine è comune.
    Entrambi i giochi deriverebbero in qualche modo dalla francese pallacorda.

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