lunedì, febbraio 27, 2017

Get back. Dischi da (ri)scoprire



Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.

Le altre riscoperte sono qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

THE POLITICIANS - s/t 1972
Mc Kinley Jackson è stato un grande session man della Motown, suonando il trombone in centinaia di album dell’etichetta.
In questo unico album accreditato ai Politicians del 1972 si viaggia su un funk strumentale tra Meters e Funk Brothers con un’impronta psichedelica alla Funkadelic (pur senza la loro genialità ed esuberanza), ottimi arrangiamenti di fiati ed archi, un groove molto gustoso.
Nulla di basilare ma sicuramente apprezzabile.

IL COMPLESSO DI SANTE PALUMBO - Stasera in casa seduti in poltrona - 1973
Delizioso album jazz del 1973 che conferma quanto di buono abbia prodotto la scena italiana, purtroppo così spesso trascurata.
A fianco della maestrìa di Sante Palumbo al piano, troviamo la chitarra di Sergio Farina, il basso di Marco Ratti, la batteria di Lino Liguori, il sax di Gianni Bedori.
Cool jazz, perfettamente ascoltabile una sera seduti in poltrona.

BLUE PHANTOM - Distortions - 1971
Album uscito nel 1971 e realizzato da Armando Sciascia, compositore di colonne sonore e fondatore poi dell’etichetta Vedette. Interamente strumentale “Distortions” (suonato divinamente da turnisti) è uno stupendo viaggio nella psichedelia di sapore hard, molto vicina al gusto di bands come Iron Butterfly e a certi episodi dei Cream.
Ancora fresco e pulsante, recentemente ristampato, è un album di grande effetto.

TYRONE DAVIS - Love and touch - 1976
Un delizioso album di funk disco soul, targato 1976, e cantato dalla grande voce di Tyrone Davis, nome minore ma non a livello qualitativo della scena black di Chicago.
Incise parecchio ma con risultati commerciali sempre mediocri pur affacciandosi costantemente nelle charts americane.

domenica, febbraio 26, 2017

Chateau Marmont



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.

I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Il Chateau Marmont è un hotel di Los Angeles, costruito nel 1920, con 63 stanze, situato al numero 8221 di Sunset Boulevard nella zona di West Hollywood ed è stato teatro di numerose vicende che hanno avuto come protagonisti alcuni dei nomi più conosciuti della storia del rock.

A partire dall'infausta scomparsa di JOHN BELUSHI che qui morì nel 1982, ucciso da un'overdose.
Anche il famoso fotografo HELMUT NEWTON ci lasciò le penne qui ma schiantandosi in auto, nel 2004, contro un muro di recinzione dell'hotel.
JIM MORRISON fu ripreso in alcune foto celebri con una televisione sulle gambe all'interno dell'hotel da un cui balcone cadde anche ma senza gravi danni.
Stessa cosa aveva fatto JAMES DEAN nel 1955...

I LED ZEPPELIN invece scorazzarono in moto nella hall nel 1968.
Linsday Lohan e Britney Spears furono buttate invece fuori per ubriachezza (e non solo) molesta.
Vi hanno soggiornato Roman Polanski e Sharon Tate, Billy Wilder, Annie Leibovitz, F. Scott Fitzgerald, Tim Burton, Jay McInerney.
Oliver Stone vi ha girato alcune scene del suo film sui Doors.

sabato, febbraio 25, 2017

Libertà



Domani sul quotidiano di Piacenza LIBERTA' nell'inserto Portfolio cura una pagina in cui parlerò della "Rivoluzione della discomusic" (in termini socio culturali e di costume oltre che, nel primo periodo, musicale), di quando i Beatles volevano mettere in film "Il Signore degli anelli" e un "Meglio del mese" che da queste parti è cosa nota...
Intanto il numero scorso....

Paul Auster - La trilogia di New York



Città di vetro (City of Glass), Fantasmi (Ghosts) e La stanza chiusa (The Locked Room) sono tre romanzi di Paul Auster, pubblicati separatamente tra il 1985 e il 1987, che costituiscono la Trilogia di New York.
In Italia uscirono insieme nel 2005.

Pur se indipendenti le tre letture intersecano personaggi, eventi, riferimenti tanto da poter costituire un corpo unico.
Le storie sono complesse nella loro apparente semplicità e staticità (detectives e scrittori che finiscono per immedesimarsi nelle persone spiate e nei soggetti dei loro libri in situazioni surreali, ricche di tensione e di senso di instabilità).

Storie quasi psichedeliche, molto cerebrali, sospese, angoscianti, in cui la costante è l'auto alienazione, la fuga dalle realtà per entrare in una parallela, senza vie d'uscita.
Il tutto in una New York altrettanto surreale.
Un lavoro innovativo, un linguaggio personalissimo, una scrittura veloce e attrattiva.
Consigliatissimo.

venerdì, febbraio 24, 2017

Joyello Triolo - Intrusi a Sanremo



Joyello Triolo, oltre ad essere musicista, blogger (https://fardrock.wordpress.com/), scrittore e pure un amico, è soprattutto un raffinato e profondo conoscitore di Musica.

Sa spaziare dal punk all'avanguardia, dal jazz alla black music ma ha una grandissima competenza in ambito puramente POP.
Musica Pop(olare), "canzonetta" perfino.
Questo libro è un appassionante, colto e divertente viaggio attraverso gli INTRUSI entrati nel tempio della canzonetta per eccellenza, il Festival di SanRemo.
E non si parla solo delle scontate incursioni del rock (Statuto, Afterhours, Marlene Kuntz, Elio, Equipe 84, Decibel, Finardi, il Banco etc) ma anche e soprattutto di quegli "intrusi" insospettabili, quelli che hanno cambiato lo stile del festival, che lo hanno "disturbato" e reso inevitabilmente più interessante.

Da "Nel blu dipinto di blu" di Modugno a Rino Gaetano e la sua "Gianna", alla Nuova Compagnia di Canto Popolare fino all'unica apparizione di un'orchestra di liscio con Raoul Casadei nel 1974 è un infinito rincorrersi di aneddoti, particolari spesso inediti, curiosità.
Non dimenticando che "Papaveri e papere" di Nilla Pizzi può essere letta in chiave politica con il rimarcare delle differenze tra i potenti (papaveri) e il popolo che subisce (papere).

Un libro curioso e delizioso.

https://www.facebook.com/Intrusiasanremo/

giovedì, febbraio 23, 2017

Marsha Hunt



Personaggio di primo piano degli swinging 60's anche se in realtà con un ruolo in cui le peculiarità prettamente artistiche hanno sempre avuto un ruolo di secondo piano, MARSHA HUNT è ricordata più per la sua relazione con MICK JAGGER (con cui ebbe nei primi 70's la figlia Karis), la probabile ispirazione per il brano degli Stones "Brown Sugar" (a dispetto dei supposti riferimenti all'eroina), il matrimonio alla fine dei 60's con Mike Ratledge dei Soft Machine per ottenere il visto per restare, lei americana, in Inghilterra ("con Mike non ci siamo mai baciati nei stretti la mano"..."ma il segreto per mantenere saldo un matrimonio è di separarsi subito". Dopo 50 anni i due rimangono sempre in ottimi rapporti).

E poi un'attività minore come attrice di cinema e teatro, da modella e successivamente di scrittrice.
Ha avuto anche una relazione con Marc Bolan e collaborato con Elton John e Alexis Korner.

Ha inciso qualche (in verità mediocre in virtù di una voce non eccelsa pur se dignitosa) disco tra cui il primo del 1971 "Woman child" per la Track Records, album a cui collabora anche Pete Townshend nel brano "Long black veil" ma soprattutto in una buona versione di "Wild thing" accompagnata da Ian Mc Lagan alle tastiere, Ron Wood alla chitarra e basso e Kenney Jones alla batteria.
Un lavoro tra rock, folk e qualche spunto soul a cui vale la pena dare un ascolto.
Dopo aver vinto una lunga battaglia contro il cancro vive ora in Francia e sta lavorando ad un libro su Jimi Hendrix.

mercoledì, febbraio 22, 2017

Gimme danger di Jim Jarmusch



Un doveroso (seppur tardo e fuori tempo massimo) tributo ad una delle più grandi ed influenti rock n roll band di tutti i tempi da parte di uno dei suoi più grandi fan, lo stupendo regista Jim Jarmusch.

Non facile farci un film di quasi due ore con la scarsità di filmati originali (vera pecca del doc).
Ci sono le testimonianze di Iggy, lucidissimo e preciso protagonista principale e assoluto (ovviamente) oltre a Ron Asheton, Scott Asheton, Steve MacKaye, James Williamson, Mike Watt e Danny Fields.

Accuratamente (e stranamente) evitati cenni agli album più recenti The Weirdness e Ready To Die si parla dell'epopea della band dalla nascita allo split a metà dei 70's e alla reunion recente.

Un buon lavoro anche se piuttosto lento e un po' sbrigativo su molti aspetti (ad esempio il ruolo di Bowie in "Raw Power" e nel "ripescaggio" di Iggy poco tempo dopo lo scioglimento degli Stooges).
Molte parole e poca musica ma tanti stupendi aneddoti.

Vederlo è un imperativo per chi ama Stooges e un certo tipo di musica e cultura ma alla fine ne sono uscito tiepidamente impressionato.
Forse è davvero troppo tardi...

martedì, febbraio 21, 2017

Iggy Pop & the Doors



E' noto che i tre DOORS superstiti alla morte di Jim Morrison hanno sempre fatto parecchia fatica a staccarsi da quell'esperienza, nonostante fosse palesemente morta e sepolta senza più la storica e carismatica voce.
Fecero due deludenti album e negli anni si sono riformati più volte in spesso patetici tentativi di riedizione della band (inclusa la presenza di Ian Astbury dei Cult alla voce che ne faceva una discutibile pantomima, con tanto di pantaloni di pelle e stese mosse...).

Tra i tanti tentativi ci fu anche quello che fece Ray Manzarek nel marzo 1973 quando, arrivato a Londra, cercò di reclutare Joe Cocker, Paul Mc Cartney (...), Howard Welth degli Audience. Ma senza alcun risultato. Tornato in USA, si imbattè nei primi mesi del 1974 in un altro transfuga da un gruppo appena dissoltosi: IGGY POP.

Il 3 luglio del 1974, nel terzo anniversario della morte Ray Manzarek e Iggy Pop suonarono insieme al Whiskey a Go Go (con altri musicisti) per ricordare Jim Morrison.
Fecero "LA Woman", "Maggie M'Gill" e "Back Door Man" dopo che Ray aveva cantato "Light my fire".
I due si ritrovarono a provare e a registrare qualche altro brano e (pare) si siano esibiti di nuovo prima di un concerto delle New York Dolls.
Purtroppo le condizioni di Iggy Pop all'epoca erano talmente precarie e lui assolutamente ingestibile che l'esperienza finì in niente....

lunedì, febbraio 20, 2017

CUT - Second skin



Sesto album (oltre ad uno split e un live) per il trio bolognese.
Esplosivo, travolgente, devastante, dal vivo allo stesso modo che su disco.

In questo ritorno in studio di registrazione propone un sound, come sempre abrasivo, elettrico ma più curato, che conserva le abituali spigolosità ma le avvolge in arrangiamenti meno ruvidi.
La sezione fiati che colora di soul alcuni brani è un tocco geniale e delizioso, un gusto funk che permea molti brani sposta il groove da un approccio direttamente punk e crea un ibrido esaltante.

“Second skin” attinge dalla black music, dal punk, dalle prime espressioni selvagge del rock n roll, cita i Sonics, puzza di New York e di CBGB’s.
Come sempre un grandissimo album che si avvale di una serie di preziosi collaboratori, primo tra tutti Mike Watt ex Minutemen e Stooges.

https://www.youtube.com/watch?v=SFsF1j6uALE


Ferruccio Quercetti, voce e chitarra della band, risponde ad alcune domande:

Una curiosità.
Vent’anni di attività ma “solo” sei album.
Una scelta o un’imposizione dettata dalla difficoltà di trovare adeguate strutture discografiche


Tra Annihillation Road e Second Skin sono passati quasi 7 anni, ovvero l’arco di tempo in cui molte band si formano, fanno almeno 3 dischi, si sciolgono e magari riescono anche a imbastire una reunion.
Tra A Different Beat e Annihiliation Road invece sono passati “solo” 4 anni, praticamente una sciocchezza.
Tra il 1998 (anno del nostro esordio sulla lunga distanza) e il 2003 - quando è uscito il nostro terzo album Bare Bones - invece siamo stati abbastanza regolari.

Nel caso di Second Skin le cause di questa lunga gestazione, come molte cose di questo mondo, sono allo stesso tempo semplici e molto complesse.
Inoltre come spesso capita ai CUT i nostri piani vengono spesso sconvolti dalle contingenze (se preferisci chiamarle “sfighe” fai pure): in poche parole certe scelte si intersecano con il bisogno di fare necessità virtù fino a che i confini tra le due cose si perdono nella nostra lotta quotidiana per la sopravvivenza di questa band. Uno dei motivi di questo lungo iato discografico è stato certamente l’abbandono del nostro batterista più “longevo” di sempre, Francesco Bolognini, che è stato con noi per 11 anni, tre album in studio e svariate altre uscite.
Francesco ha dovuto lasciare la band pochi mesi dopo la release di Annihilation Road, alla fine di febbraio 2011.
Abbiamo fatto a tempo a registrare l’album Live in UK con lui (The Battle of Britain uscito a ottobre 2011 e poi ci siamo dovuti inventare delle soluzioni che ci hanno consentito di rimanere in pista per quanto riguarda singoli (vedi lo split coi Julie’s Haircut del 2013), concerti e tour, ma che per motivi diversi non erano adatte a un discorso a lungo termine che prevedesse anche la scrittura di un nuovo album.

Tieni conto che i CUT costruiscono i brani in sala prove: la parte musicale di ogni nostro pezzo, tranne in casi rarissimi, è frutto del lavoro di tutti e tre, chiusi nella stessa stanza e intenti a suonare finché non viene fuori qualcosa che ci accontenti tutti.
Questo modus operandi fa sì che la nostra musica rappresenti sempre tutti i componenti della band, in quanto ognuno è coinvolto in egual misura nell’impostazione dei brani.
Probabilmente è anche uno dei motivi per cui alcuni sentono una certa intensità in quello che facciamo: i brani dei CUT nascono sempre dal confronto e a volte da un vero e proprio conflitto di idee e, concedimelo, di passioni.
Si tratta di un processo che però può portare via molto tempo, perché si lavora ai brani solo quando ci si vede per provare: visto che due di noi hanno famiglia e figli e tutti e tre dobbiamo fare altri lavori per sopravvivere non possiamo certo suonare insieme ogni giorno.
Se a questo aggiungi il fatto che spesso dovevamo preparare le scalette dei concerti e che, prima dell’arrivo di Gaetano Di Giacinto, per molto tempo non abbiamo potuto disporre di di un elemento stabile nella formazione del gruppo, capirai perché i tempi si sono allungati ulteriormente anche rispetto ai nostri ritmi abituali. Inoltre, per dirla tutta, non mi pare che il mondo stia col fiato sospeso in attesa di un nostro nuovo album quindi tanto vale uscire solo quando si è totalmente convinti di quello che si sta pubblicando e quando si sente la necessità di comunicare qualcosa attraverso un disco o un album: qualcosa di indefinito, beninteso, ma che sentiamo l’esigenza di continuare a dire altrimenti non saremmo ancora qui.
C’è anche troppa musica in giro, o meglio, c’è la possibilità di poterne ascoltare veramente tanta e in continuazione: in questo contesto ci sentiamo ancora di più in dovere del solito di fare esclusivamente qualcosa che sentiamo come assolutamente necessario, almeno per noi.
Partecipare a questo sottofondo, a questa specie di muzak continuo tanto per farlo e per far presenza ci sembrerebbe piuttosto ingiustificato, ci farebbe sentire a disagio e ci renderebbe complici di un clima culturale che ci piace poco. Non so se questa si può definire una scelta artistica però è sicuramente qualcosa che percepiamo e che influenza il nostro rapporto con gli anni che stiamo vivendo.

Siete, paradossalmente, più seguiti all’estero che in Italia.
E’ corretto ?


Diciamo che dal 2008 andiamo in tour regolarmente in UK e negli ultimi 4 anni abbiamo ripreso a suonare anche in Europa continentale con una certa continuità, dopo alcuni anni caratterizzati da apparizioni molto sporadiche: direi che la Germania, il Belgio e il Nord della Francia sono le nostre zone d’azione privilegiate, ma contiamo di consolidarci presto anche in altre aree.
Il discorso con l’UK è avviato in maniera solida e stabile, in particolare nel nord dell’ Inghilterra e in Scozia.
Tra l’altro una delle etichette che hanno collaborato alla realizzazione di Second Skin è la Antipop di Liverpool, una label che ci distribuisce in UK da molto tempo e che ora ha deciso di aiutarci anche in fase di produzione.

In questo album si sente più che in altri un gusto più marcatamente soul e funk.

Per certi versi quel tipo di influenze sono sempre state presenti nel nostro sound, o perlomeno hanno sempre fatto parte della nostra ispirazione.
I nostri primi tre album mettono in luce questo aspetto, forse ancora di più che dischi quali Annihilation Road e A Different Beat.
In questo senso si può parlare di un ritorno alle origini per quanto riguarda Second Skin, anche se con modalità diverse rispetto al passato.
Amiamo la black music così come le band di rock and roll che incorporano elementi di black music nel loro sound: penso agli MC5, al Bob Seger pre-classic rock, agli Stones di Exile, al primo Joe Jackson, ai Grand Funk, ai primi James Gang, a certe cose dei Replacements del periodo Pleased To Meet Me, ai Saints del secondo album e agli Stooges di Funhouse con quel feeling tra James Brown e Pharoah Sanders. Coniugare l’energia e la disperazione del rock and roll al groove della black music è sempre stata una delle nostre ossessioni: forse la natura “partecipativa” di questo album ci ha consentito di aprire degli spazi nella nostra musica per far riemergere questa nostra tendenza o perlomeno per renderla più facilmente identificabile tra le maglie del nostro suono.
Se poi ti riferisci alla presenza dei fiati in alcuni brani posso dirti che quella era un’altra idea che ci frullava nella testa da tempo e che con questo album siamo riusciti finalmente a realizzare: in realtà c’è una tromba in un brano di Bare Bones e anche per la title track di Annihilation Road abbiamo carezzato l’idea, poi abbandonata per mancanza di tempo, di buttare dentro una sezioni fiati stile Saints, Rocket From The Crypt o Stones periodo Sticky Fingers/Exile on Main St. Originariamente io avevo pensato ai fiati solo per un pezzo di Second Skin che si chiama Parasite
. E’ stato Bruno Germano, sound engineer e produttore del disco presso il Vacuum studio di Bologna, a proporli anche per altri due brani: il lavoro di Bruno su questo disco è stato essenziale per quanto riguarda le scelte di ripresa, missaggio, produzione e arrangiamento. Bruno è presente anche in veste di musicista e coautore nella title track, che è stata sviluppata partendo da due suoi riff di chitarra.

Immaginandovi con una pila di dischi che hanno influenzato direttamente questo album, quali sarebbero i titoli ?

Crediamo che la musica non sia influenzata solo da altra musica, ma anche da quello che succede nella vita di ciascuno di noi, dai posti in cui viviamo, da altre forme d’arte e da mille cose che confluiscono per lo più inconsapevolmente in quello che fai attraverso lo strumento espressivo che hai scelto.
Detto questo non so se questi album hanno influenzato Second Skin, ma si tratta certamente di dischi che ho ascoltato molto negli ultimi tempi:

Curtis Mayfield Curtis
The Sound Jeopardy e Shock of Daylight EP
Gun Club Las Vegas Story
Minutemen Double Nickels on the Dime
Alain Toussaint From A Whisper to a Scream
NEU! NEU 75
A Tribe Called Quest We Got it From Here
The Gories I Know you’re Fine but…
Grinderman (entrambi gli album)
Jesus Lizard Liar
Girl Against Boys Venus Luxure n. 1 Baby
Ruts DC Animal Now
Alice Coltrane Journey in Satchidananda
The Saints Eternally Yours
Alley Cats Escape From Planet Heart
Dr. John Gris Gris
Gil Scott Heron Pieces of a Man
Rocky Erickson Rocky Erickson & The Aliens
Flesh Eaters A Minute to Pray, a Second to Die

domenica, febbraio 19, 2017

Naypyidaw



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.

I precedenti post
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Dal novembre 2005 Naypyidaw è la nuova capitale della Birmania al posto di Yangon (Rangoon). Nonostante sia vasta ben 4,800 km² ( sei volte più di New York o Roma) è quasi completamente deserta: secondo una stima del 2009, i residenti sono meno di un milione.

Fondata nel mezzo del nulla, nel cuore di una zona arida venne individuata come nuova capitale dal regime militare che, in gran segreto vi trasferì governo, tutti i ministeri e gli Stati generali dell'esercito.

L'11 novembre 2005, alle 11 di mattina, 11 squadre di militari trasportati da 1.100 camion accompagnarono 11 ministri da Yangon verso la nuova capitale.

Il numero undici fu scelto dopo l'osservazione degli astri da parte dell'astrologo personale di Than Shwe, allora a capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo, l'organismo supremo della dittatura militare e delle forze armate.

Per anni Naypyidaw è stata chiusa agli stranieri che potevano entrare solo dopo un invito ufficiale da parte delle autorità.
Ora è aperta ai rari turisti interessati che ne possono "apprezzare" un paradossale sfarzo tra grattacieli, hotel di lusso, teatri, cinema, zoo, musei, parchi.

sabato, febbraio 18, 2017

Libertà



Sono particolarmente felice e orgoglioso di segnalare l'inizio della mia collaborazione con il quotidiano piacentino LIBERTA'.

Ogni domenica curerò alcune rubriche musicali all'interno dell'inserto "Portfolio".

Massima libertà di scelta e di espressione, tanto che in questo primo numero parlo di Northern Soul, vinile e del migliore e peggiore album dei Clash.
Per chi vive a Piacenza "Libertà" è un'istituzione assoluta e approdare alle sue pagine in qualità di protagonista è qualcosa di inaspettato.
Grazie a Maurizio Pilotti per la fiducia.
Related Posts with Thumbnails